Cos’è la fascite plantare?
La fascite plantare è una delle cause più frequenti di dolore al tallone e rappresenta un problema molto comune sia nella popolazione generale sia negli sportivi. Per risolvere il problema spesso non basta “riposare”. Vediamo quindi come rimediare, a chi rivolgerci, che esami eseguire e cosa possiamo fare a casa.
Iniziamo col capire il problema: la struttura coinvolta è l’aponeurosi plantare, una robusta banda fibrosa che collega il calcagno alle dita del piede e che svolge un ruolo fondamentale nel sostenere l’arco plantare e nell’assorbire le forze durante cammino e corsa.
Come dico più volte, il meccanismo alla base di un infortunio è praticamente sempre lo stesso: quando i carichi meccanici superano la capacità di adattamento e riparazione del tessuto, possono comparire dolore e degenerazione a livello della sua inserzione sul calcagno. Ed è per questo che è cosa buona e giusta sapere se fermarsi o continuare ad allenarsi.
Quali sono le cause?
La fascite plantare è una condizione multifattoriale, nella quale spesso concorrono più elementi contemporaneamente.
Tra i principali fattori di rischio troviamo le alterazioni biomeccaniche del piede, come il piede piatto, l’iperpronazione o il piede cavo, condizioni che modificano la distribuzione dei carichi durante il passo.
Anche gli sport che prevedono corsa, salti e impatti ripetuti aumentano il rischio di sviluppare questa problematica, soprattutto in presenza di incrementi improvvisi dei volumi di allenamento. Nella corsa una delle cause più comuni è riprendere un kilometraggio “abituale” dopo un periodo di sospensione (ad esempio tornare a correre 30km a settimana dopo le ferie. Non son tanto i km in sé quanto il riprendere all’improvviso)
Altri fattori favorenti sono il sovrappeso, la ridotta mobilità della caviglia dovuta alla rigidità del polpaccio e del tendine d’Achille e l’utilizzo di calzature poco adeguate.
La fascia d’età maggiormente interessata è quella compresa tra i 40 e i 60 anni, anche se negli ultimi anni il numero di runner e sportivi colpiti è in costante aumento.

Come si manifesta?
Il sintomo caratteristico è il dolore al tallone, generalmente localizzato nella parte interna e inferiore del calcagno.
Il segno più tipico è il cosiddetto “dolore dei primi passi”: il paziente avverte un dolore intenso appena si alza dal letto al mattino oppure dopo essere rimasto seduto per molto tempo.
Con il movimento il fastidio tende inizialmente a diminuire salvo poi ripresentarsi e peggiorare dopo periodi prolungati di cammino, corsa o permanenza in piedi.
La pressione diretta sulla zona d’inserzione della fascia plantare provoca spesso un dolore vivo e ben localizzato.
Eseguire un’ecografia è il modo più rapido per valutare se effettivamente si tratti di fascite plantare o se ci sono altre concause come la spina calcaneare o delle lesioni nascoste (anche la Rm va bene, ma è più lunga e meno economica).
E la spina calcaneare?
Molto spesso la radiografia evidenzia la presenza di una spina calcaneare e molti pazienti attribuiscono a questa il proprio dolore.
In realtà la spina calcaneare è frequentemente un reperto occasionale e non rappresenta necessariamente la causa dei sintomi.
Numerose persone presentano infatti una spina calcaneare senza avere alcun dolore, mentre altri pazienti soffrono di fascite plantare pur non avendola.
Per questo motivo il trattamento deve essere rivolto alla fascia plantare e ai fattori che hanno portato al sovraccarico, piuttosto che esclusivamente all’immagine radiografica.
Come si cura la fascite plantare?
Il trattamento conservativo rappresenta nella maggior parte dei casi la prima scelta terapeutica e comprende esercizi specifici, gestione dei carichi, miglioramento della mobilità della caviglia e correzione dei fattori predisponenti. Mettere il ghiaccio e sperare che passi spesso non è sufficiente, e dunque rivolgersi a un fisioterapista che ci spieghi appunto gli esercizi e abbia la possibilità di eseguire terapie anche strumentali, è la soluzione migliore.
Tra le terapie fisiche con maggiore evidenza scientifica troviamo le onde d’urto extracorporee, particolarmente indicate nelle forme persistenti o croniche.
Le onde d’urto stimolano i processi di riparazione tissutale e possono contribuire alla riduzione del dolore e al recupero funzionale.
È importante ricordare che il beneficio non è immediato e può comparire anche alcune settimane dopo il trattamento. Generalmente vengono eseguite fino a cinque sedute distanziate di una o due settimane l’una dall’altra.
Anche la Tecar può essere utile, per rilassare il polpaccio e di conseguenza far sì che i tendini “tirino” meno il calcagno.
A casa invece sono utili esercizi di stretching del tendine d’Achille, allungamento della fascia plantare ed esercizi in isometrica/eccentrica per stimolare la formazione di nuovo tessuto. Per queste cose però è meglio vederle assieme al fisioterapista.
Quanto tempo serve per guarire?
La fascite plantare raramente si risolve in pochi giorni e anzi tende a cronicizzarsi.
Come tutte le tendinopatie e le condizioni degenerative da sovraccarico, richiede tempo, pazienza e soprattutto una corretta gestione dei carichi.
Intervenire precocemente e affrontare il problema in maniera globale permette nella maggior parte dei casi di tornare gradualmente alle proprie attività e allo sport senza limitazioni.
Il vero obiettivo non è semplicemente eliminare il dolore, ma individuare e correggere le cause che hanno portato il piede a non tollerare più determinati carichi.
Faq
“Ma se prendo una Tachipirina posso correre lo stesso?”
Rispondiamo alla domanda che viene fatta, senza fare i professori o i moralisti.
La Tachipirina (paracetamolo) e gli antinfiammatori come i FANS possono ridurre il dolore, ma non risolvono la causa del problema. Il rischio è quello di mascherare un segnale importante: il dolore ci sta dicendo che qualcosa non sta funzionando bene.
Se tolgo il dolore e corro comunque, potrei caricare ulteriormente una struttura già irritata e peggiorare la situazione, trasformando un problema gestibile in un infortunio più importante e più lungo da recuperare.
Se c’è una gara per la quale ci si è preparati e si decide consapevolmente di assumere un farmaco per riuscire a portarla a termine posso capire il ragionamento. Ma è una scelta occasionale, con tutti i suoi limiti.
Prendere un farmaco ogni volta che devo allenarmi per riuscire a correre non è una strategia. Il problema non si risolve togliendo il dolore: si risolve affrontando la causa che lo sta provocando.
E attenzione anche ai FANS: utilizzarli frequentemente soprattutto per riuscire a continuare ad allenarsi nonostante il dolore, può avere effetti indesiderati gastrointestinali e renali. Non ne vale la pena.
Posso andare in bici?
Sì. In genere la bici è meglio tollerata della corsa, perché riduce notevolmente l’impatto ripetuto sul piede.
Se pedalare non aumenta il dolore, puoi quindi continuare ad allenarti in bici, adattando eventualmente intensità e durata in base ai sintomi.
Questo ti permette di mantenere una buona parte dell’allenamento aerobico mentre dai alla fascia plantare il tempo di recuperare.
Dott. In Fisioterapia Michele Padulazzi
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