Un metodo diventato famoso in tutto il mondo
Negli ultimi anni avrai sicuramente sentito parlare del metodo norvegese. C’è chi lo considera una rivoluzione, chi prova a copiarlo in ogni dettaglio e chi pensa che sia il segreto dietro ai successi dei migliori mezzofondisti e triatleti del mondo.
Come spesso succede, la verità sta nel mezzo.
Il metodo norvegese, a differenza del Fartlek, non è una singola tabella di allenamento, ma un modo di programmare il lavoro e di gestire l’intensità degli allenamenti.
L’obiettivo non è allenarsi sempre al massimo
L’idea di fondo è piuttosto semplice: allenarsi tanto, ma evitando di accumulare troppa fatica inutile.
In questo modo si riesce a mantenere una qualità elevata per molti mesi consecutivi, riducendo il rischio di infortuni e di sovrallenamento.
È un concetto che personalmente trovo molto interessante, perché insegna una cosa fondamentale: non tutti gli allenamenti devono essere portati al limite.
Anzi, uno degli errori che vedo più spesso è proprio quello di correre ogni seduta “un po’ troppo forte”. Alla lunga questo porta a recuperare peggio, ad allenarsi con meno qualità e, in molti casi, ad aumentare il rischio di infortunio.
Il ruolo del lattato
La caratteristica che ha reso famoso questo approccio è il controllo dell’intensità attraverso il lattato.
Gli atleti eseguono spesso un piccolo prelievo di sangue dal dito durante gli allenamenti per verificare che il valore rimanga all’interno di un intervallo prestabilito. Se il lattato sale troppo significa che il ritmo è eccessivo (il livello di lattato è strettamente collegato alla soglia anaerobica) e viene immediatamente corretto.
Questo permette di svolgere lavori molto impegnativi mantenendo però il giusto equilibrio tra stimolo allenante e capacità di recupero.
Il concetto è semplice: allenarsi nel punto giusto, non necessariamente il più duro possibile.
La disciplina prima dell’intensità
Il metodo norvegese va nella direzione opposta rispetto a quello che fanno molti runner amatoriali.
Ogni allenamento ha uno scopo preciso e l’intensità viene rispettata con grande disciplina. A volte questo significa rallentare, anche quando ci si sente bene e si avrebbe voglia di spingere di più.
Può sembrare controintuitivo, ma spesso il vero segreto del miglioramento è arrivare freschi all’allenamento successivo.
Possiamo davvero copiarlo?
Qui è importante fare una precisazione.
Molti runner leggono qualche articolo sul metodo norvegese e pensano di dover iniziare a misurare il lattato o a fare doppie sedute di qualità nello stesso giorno.
In realtà quei protocolli sono pensati per atleti di altissimo livello, che possono dedicare gran parte della giornata ad allenarsi, recuperare, alimentarsi e dormire.
Per chi corre tre o quattro volte alla settimana dopo il lavoro, copiare quel tipo di programma non avrebbe molto senso.
Inoltre per poterlo eseguire, è fondamentale avere una conoscenza approfondita delle zone di allenamento e una percezione del proprio corpo fuori dal comune.
Cosa possiamo imparare dal metodo norvegese
Quello che invece possiamo prendere in prestito è la filosofia che c’è dietro.
Allenarsi con costanza vale molto di più che allenarsi sempre al massimo. Arrivare freschi alla seduta successiva è spesso più utile che fare un allenamento eroico e impiegare tre giorni per recuperarlo.
Se dovessi scegliere una sola lezione da imparare dal metodo norvegese, sarebbe proprio questa: ogni allenamento dovrebbe lasciarti migliore, non semplicemente più stanco.
Credo che molti runner migliorerebbero già tantissimo iniziando a rispettare davvero le intensità. Correre piano quando è previsto di correre piano e spingere forte solo quando è il momento di farlo.
Può sembrare banale, ma è probabilmente una delle cose più difficili da fare.
La vera forza del metodo norvegese
Alla fine il successo del metodo norvegese non dipende da uno strumento particolare o da un allenamento “magico”.
Dipende dalla capacità di programmare il lavoro con precisione, ascoltare il proprio corpo e accumulare mesi e anni di allenamenti di qualità.
Ed è proprio questa continuità, più di qualsiasi seduta spettacolare, che nel lungo periodo fa davvero la differenza.
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