Il tempo limite nelle gare: basta arrivare al traguardo?



Una polemica che torna sempre

Negli ultimi tempi se ne sente parlare ovunque, soprattutto quando si parla di maratona. Può davvero definirsi maratoneta chi copre i 42 km camminando? E chi chiude un Ironman piano piano, può dire di essere un Ironman?

Domande semplici solo in apparenza. Provo a dire la mia, partendo da una premessa: maratona e Ironman non sono la stessa cosa, e non si possono giudicare con lo stesso metro.

L’Ironman: quando la distanza fa la differenza

Un Ironman è talmente lungo che arrivare in fondo è un’impresa a prescindere dal ritmo. Il tempo limite è di 17 ore: diciassette ore in cui il corpo cede, la testa vacilla e la tentazione di fermarsi si presenta più e più volte. Anche “piano piano”, tagliare quel traguardo richiede una tenuta mentale fuori dal comune.

Per questo, almeno sulla distanza completa, la discussione ha meno senso: chi arriva al traguardo se l’è guadagnato.

Il 70.3 e il “livello che si abbassa”

Il discorso cambia con il mezzo Ironman. Il 70.3 è diventato sempre più gettonato, anche tra chi arriva alla partenza con una preparazione approssimativa. Non è un caso che sia proprio qui che nascono più polemiche, e che si senta ripetere che “il livello si sta abbassando”: il tempo medio di arrivo, anno dopo anno, è sempre più alto.

Lo stesso vale per la maratona. A New York, per citare la più famosa, c’è chi l’ha percorsa interamente camminando.


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Le regole sono regole

Sia chiaro: non sono nessuno per dettare le regole. Come in ogni competizione, quando ti iscrivi accetti il regolamento, e se il regolamento ti concede un certo tempo, quel tempo è tuo.

Chi completa una gara camminando, bene: si è divertito e ha partecipato a una festa. Chi ha qualche patologia e si mette in gioco, ancora meglio: si muove e, con il suo esempio, spinge gli altri a muoversi. Come ho già scritto parlando dell’Hyrox, tutto ciò che avvicina le persone al movimento è positivo.

Non è una questione di cronometro

Per me il punto non sono le 3, le 4 o le 8 ore. Il punto sono l’impegno e i sacrifici.

Perché una cosa è “partecipare a una maratona”, un’altra è “preparare una maratona”. Una cosa è “fare un Ironman”, un’altra è “preparare un Ironman”. Nel primo caso conta esserci e divertirsi; nel secondo conta tutto il percorso che ti ha portato lì.

Finisher o atleta?

Completare una maratona non ti rende automaticamente un maratoneta. Completare un Ironman possiamo parlarne sì, per la distanza che comporta (come per una ultramaratona del resto). Ma completare un 70.3, secondo me, inizia a non bastare per definirsi triatleta.

Se la maratona la corri tutta, sei un maratoneta. Se il 70.3 lo porti a termine senza mai fermarti, sei un triatleta. Non per il tempo che fai, ma per quello che c’è dietro: gli allenamenti, le rinunce, la consapevolezza di te stesso che costruisci settimana dopo settimana. È tutto questo che ti permette di arrivare in fondo, con il tuo passo, ma senza camminare.



“Tanto la finisco”

Preparare una maratona correndo 20 km a settimana è una follia. Eppure quante volte si sente dire “tanto la finisco”, oppure “l’importante è tagliare il traguardo del 70.3”?

No. L’importante è dare il massimo.

Se dai il massimo sei un maratoneta o un triatleta, qualunque sia il tuo tempo. Se invece parti con l’idea che “tanto cammino” o “tanto la finisco”, sei un finisher. Un finisher a tutti gli effetti, con tutti gli onori e i complimenti del caso: muoversi è sempre lodevole, e vale mille volte più che restare sul divano. Ma resti ancora lontano dal poterti definire parte di quella categoria.

E chi vuole vincere?

Poi c’è chi si presenta al via pensando “voglio vincere”. Ma quello è tutto un altro discorso e tutta un’altra categoria.



Risposte

  1. […] Il punto è che la difficoltà di una gara dipende dall’obiettivo che ci poniamo, dalla nostra sto… […]

  2. […] Non gareggio per vincere. […]

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