Qualche giorno fa è diventato virale un video di André Onana.
L’ex portiere dell’Inter, oggi al Trabzonspor, si è sottoposto a una seduta di coppettazione decisamente particolare: decine di coppette distribuite sulla schiena, sulle spalle e sulle gambe, alcune addirittura con il fuoco. Il video è diventato rapidamente virale, anche per l’impatto visivo della scena. (Il Fatto Quotidiano)
La domanda che viene spontanea è: ma serve davvero?
E forse la domanda più interessante è un’altra:
deve necessariamente servire tantissimo per avere un senso?
Nel professionismo si cerca anche lo 0,1%
Quando parliamo di un atleta amatoriale, spesso il ragionamento è relativamente semplice.
Se una tecnica ha un beneficio molto piccolo, probabilmente non è la prima cosa sulla quale investire tempo e risorse.
Prima vengono il sonno, l’allenamento, l’alimentazione, la gestione dei carichi, il recupero e tutto ciò che sappiamo (o meglio, dovremmo sapere) avere un’importanza decisamente maggiore.
Nel professionismo di altissimo livello, però, il problema cambia.
Un calciatore di Serie A per forza di cose ha già tutto questo, altrimenti non sarebbe in serie A!
Si allena con programmi estremamente strutturati, viene seguito quotidianamente, mangia in maniera controllata, monitora il recupero, dorme, viene sottoposto a trattamenti fisioterapici e ha uno staff intero che lavora intorno a lui.
A quel punto, anche un piccolo margine può diventare interessante.
Non perché quel trattamento sia improvvisamente diventato miracoloso.
Semplicemente perché, quando tutto il resto è già ottimizzato, si comincia a cercare anche quel famoso 0,1%, che fa la differenza tra vincere o perdere.
E qui entra in gioco anche la testa
C’è però un aspetto ancora più interessante.
Immaginiamo che un calciatore sia convinto che la coppettazione lo faccia sentire meglio.
Non significa necessariamente che la coppettazione stia producendo grandi modificazioni fisiologiche.
Ma se dopo il trattamento il giocatore percepisce meno rigidità, si sente più rilassato e soprattutto si sente pronto per allenarsi o giocare, quella sensazione può comunque avere un valore.
Il problema nasce quando confondiamo due concetti diversi:
“Mi fa sentire meglio”
e
“produce un importante effetto biologico sul recupero”.
Non sono necessariamente la stessa cosa.
Le evidenze sulla coppettazione, soprattutto quando si parla di recupero sportivo, non sono sufficientemente solide per considerarla una strategia fondamentale. Gli studi disponibili sono limitati e non permettono di attribuirle con certezza un grande effetto sul recupero atletico. (Il Fatto Quotidiano)
Ma questo non significa automaticamente che per ogni atleta sia una pratica inutile.
Il contesto cambia completamente il significato del trattamento
Ed è proprio questo il punto che spesso viene perso quando guardiamo ciò che fanno i professionisti.
Un trattamento deve avere un significato diverso a seconda della persona che abbiamo davanti.
Per un atleta professionista, che deve giocare ogni tre giorni e per il quale ogni piccola percentuale può avere un valore, può avere senso sperimentare anche strategie dal beneficio incerto o probabilmente modesto, purché siano sicure e non vadano a sostituire interventi realmente importanti.
Per una persona magari sedentaria, che corre tre volte alla settimana e va dal fisioterapista perché ha dolore al ginocchio, invece, il ragionamento dovrebbe essere completamente diverso.
Ed è esattamente questo il motivo per cui “lo fanno i calciatori professionisti” non è una buona argomentazione per decidere cosa fare con un paziente normale.
Il fisioterapista di Serie A non è automaticamente il fisioterapista migliore per tutti
Lavorare con atleti professionisti è sicuramente una grande esperienza.
Ma significa anche lavorare all’interno di un ambiente molto particolare.
Il calciatore professionista non è semplicemente un paziente “più bravo”.
Ha esigenze diverse, tempi diversi, risorse diverse e soprattutto un contesto completamente differente. Guarda pogacar che con una frattura cervicale e di clavicola ha già ripreso ad allenarsi!
Un professionista può avere bisogno di essere riportato dal 98% al 99%.
Un paziente normale, invece, potrebbe essere fermo al 60%.
E in quel caso il problema non è trovare quell’1%.
È costruire tutto il restante 40%.
Non tutto quello che fanno i professionisti deve essere copiato
Questo non significa che i trattamenti utilizzati nello sport professionistico siano inutili.
Significa che devono essere interpretati nel loro contesto.
La coppettazione di Onana è un esempio perfetto.
Possiamo discutere sull’efficacia fisiologica della tecnica, e la letteratura scientifica ci impone sicuramente prudenza.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico guardare quelle immagini e concludere che un professionista che utilizza una determinata tecnica sia necessariamente stato “fregato” o che quella tecnica sia necessariamente inutile.
Potrebbe esserci un piccolo effetto sintomatico.
Potrebbe esserci un effetto legato alle aspettative.
Potrebbe semplicemente essere una cosa che il giocatore percepisce come utile.
Oppure potrebbe non produrre praticamente nulla.
Il punto che tutti dovrebbero capire, è che non possiamo dedurre l’efficacia di una terapia dal fatto che venga utilizzata da un atleta di alto livello.
E soprattutto non possiamo trasferire automaticamente ciò che viene fatto per cercare l’ultimo 0,1% in chi ha ancora molto più margine da costruire.
Perché nel professionismo si può anche discutere del 0,1%
Nella vita di tutti i giorni, molto spesso, bisogna prima pensare al 99,9% che viene prima.


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